Era passato così poco tempo dalla strage di Capaci

27 03 2009

Antonello Sacchetti

Era passato così poco tempo dalla strage di Capaci. Avevo poco più di vent’anni ed ero alle prese con la sessione di esami estiva. Era una domenica di luglio, i miei erano fuori Roma. Ricordo che stavo guardando alla tv “Una giornata particolare” di Ettore Scola. Poi l’edizione straordinaria del telegiornale, le prime immagini. Poi le manifestazioni i giorni successivi, la rabbia e la speranza di cambiare l’Italia.

Ricordo che a Roma, in piazza Navona, una coppia di italo americani in vacanza mi chiese per cosa manifestasse tutta quella gente. Quando risposi che era stato ucciso un magistrato, loro pensarono che mi riferissi a Falcone. “Ah, sì, abbiamo saputo”. “No – dissi io – questo è un altro ancora”. In quel momento mi sono vergognato del mio Paese, cosa che non mi era mai accaduta prima.

Antonello Sacchetti

Direttore Il cassetto – L’informazione che rimane

www.ilcassetto.it

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Quel giorno malaledetto me lo ricordo bene

26 03 2009

Marina Benedetti

Quel giorno malaledetto me lo ricordo bene , non riuscivo a credere che fosse successo ancora che ancora una volta avessero vinto ” loro”. Ma allora l’italia e gli italiani erano capaci di indignazione , rabbia, dolore……. Le mie sensazioni, la mia rabbia è ancora intatta, rinnovata , mai dimenticata, custodita e coltivata a futura memoria Da.quel giorno maledetto la democrazia e la giustizia agonizzano…. Caro Salvatore il tuo coraggio, la tua forza ci danno la misura di quanto piccoli, scontati e spesso ipocriti siano i nostri gesti quotidiani: Vorrei che la mia stima e il mio affetto arrivassero dritti al tuo cuore.per un secondo ti dessero la forza per continuare e unitamente a tutti quelli che ti sostengono,goccia dopo goccia questa pioggia incessante di consensi lavasse l’ingiustizia e portasse lontano da noi l’indifferenza con cui ,distrattamente continuamo a vivere inconsapevolmente… Il mio corpo non sarà , purtroppo, in via D’Amelio ma la mia anima si !





Vaghi ricordi di quel luglio 1992

25 03 2009

lettera-a-salvatore-deniseDenise – Trento

Vaghi ricordi di quel luglio 1992, come delle istantanee impresse in un non ben definito spazio temporale, fatto di momenti silenziosi e soprattutto di sguardi atterriti, rassegnati, increduli e addolorati. La rabbia di mio padre, il silenzio di mia madre. Avevo dieci anni, non ancora compiuti, troppo pochi per capire ma abbastanza per sentire le emozioni circostanti. Non ricordo bene cosa pensai, non ricordo quasi nulla di quella giornata se non la televisione ad alto volume, il silenzio delle persone e il fatto che nessuno sembrava accorgersi del tempo e di me. Non comprendevo. E come avrei potuto d’altronde? Rientrai alla scuola elementare in settembre. La maestra di italiano, Franca, una signora del tutto speciale nei miei ricordi, provò a spiegare, raccontare. Ricordo che si rattristava dolcemente e subito voltava lo sguardo, non a nascondersi ma come se volesse proteggerci da tutte le ingiustizie del mondo esterno, ben sapendo di non poterlo fare, non in eterno quantomeno. Sapeva invece di essere obbligata a darci i mezzi per difenderci, per capire e quindi interagire anche con la parte negativa dell’animo umano. Provò a farci comprendere ciò che era accaduto, ci raccontò della mafia e ora gliene posso realmente dare merito, un insegnante così può cambiare la vita. Ricordo che iniziammo uno percorso di studio incentrato sulla Costituzione. Uguaglianza, libertà, diritti e doveri. Parole, disegni, sogni e domande, tantissime domande, di giovani che volevano un mondo migliore. Molti anni dopo, non so realmente cosa o chi fece scattare dentro di me la consapevolezza, quella voglia di cambiamento, quella sete di sapere, ma cominciai un lungo percorso fatto di libri, documenti, filmati, conoscenze, organizzazioni e molto altro, che mi ha portato fino a qui. Carissimo Salvatore, ci siamo conosciuti a Trento nel febbraio dell’anno scorso, quando insieme a Benny, al prof. Guidotto e all’avv. Palermo è stato organizzato un incontro-dibattito dal titolo “Cultura della Giustizia”. Ricordo che rimasi ammaliata dal tuo modo di parlare, scossa dal tuo coraggio, dalla tua sensibile determinazione e dalla radicalità dei tuoi pensieri. Rabbia, indignazione, commozione e molti sentimenti mi affollano l’animo ogni volta che penso a Giovanni e Paolo, a tutti gli uomini che come loro si sono sacrificati per noi, per il nostro futuro e per i nostri figli. Il 19 luglio ci sarò anche io, insieme a mia madre che tanto mi ha insegnato in questo breve cammino, i miei 26 anni. Saremo là, con un’agenda rossa e il carattere di chi non vuole piegarsi, di chi non può dimenticare e di chi insiste nel cercare la verità, la giustizia. Saremo là con l’animo di chi non è disposto a perdere la sperenza o rinunciare. Saremo là per te, per tuo fratello e per noi, come una famiglia, unita, decisa e allargata. Un forte abbraccio caro Salvatore e a presto!





So che non ami molto le parole e so che preferisci i fatti concreti

24 03 2009

foto-ms-web-04Di Marco Stefano Vitiello

Ciao Salvatore,

so che non ami molto le parole e so che preferisci i fatti concreti ai pensieri, alle elucubrazioni ma so anche che leggerai con indulgenza questa lettera.

Abbi pazienza e arriva fino in fondo a queste poche righe scritte di getto.

Ho una splendida figlia di quattro anni cui spero di riuscire a dare una educazione ferma e precisa; c’è ancora tempo prima che le possa parlare della realtà drammatica che il nostro Paese sta vivendo ma cerco già di indirizzarla, con la leggerezza opportuna per una bimba, verso i valori che i miei genitori mi hanno trasmesso e che tante volte ritrovo nelle tue parole, nei tuoi scritti.

Pensando a lei e al suo futuro, seguo con attenzione e passione i tuoi passi.

Mi viene in mente l’espressione che vedo sul tuo viso, che sento nella tua voce durante i tuoi interventi pubblici…

Non riesco a non ammirare ciò che sei divenuta attraverso la vita che hai vissuto, la tua autentica determinazione nel proseguire un lavoro che tante volte, in tanti, hanno tentato di fermare.

Il tuo cuore è maturato là dove altri soccombono, la tua sensibilità si è raffinata dove altre si sarebbero facilmente inaridite.

Come potrei non essere solidale con te quando ti esprimi con quella foga così energica e coinvolgente?

Come potrei ignorare la tua esuberante generosità, la tua quasi autolesionistica disponibilità a sostenere gli innumerevoli impegni che affronti ogni giorno?

Certamente la tua anima è in quello stato di grazia che le consente di vedere ogni dettaglio, di comprendere e di accettare ogni sottile possibilità concreta di vivere la tua vita senza dover mai abbassare il capo.

Tante volte la tentazione di incontrarti e venire ad abbracciarti forte è stata frenata dal timore di rompere un equilibrio fragile.

Continua così, non ti fermare, non consentire a nessuno di ostruirti il passo e sappi che le nostre strade sono simili, quasi parallele ma non si incontreranno all’infinito: si sono già incrociate…

Quante emozioni profonde hai scosso dal torpore: grazie e non dire che sono un incurabile romantico!

Marco Stefano Vitiello





Per non dimenticare

24 03 2009

n608040009_6607di Francesco Piccinini

16.58. Un boato avvolge la città. Le persone scappano, il fumo si leva alto. La città è in silenzio. Era già successo, cinquantasette giorni prima, su di un’autostrada.
16.58 Su Palermo cala il silenzio assordante delle sirene. Un cratere, una 126 con cento chili di tritolo.

Gli uomini della scorta non hanno il tempo di fare nulla se non l’unico gesto al quale erano addestrati: si buttano sul giudice. Il loro corpi lo proteggono per l’ultima volta.

I loro resti furono trovati anche a centinaia di metri di distanza. Il corpo del giudice no, era lì integro, sulla sua terra. La sua terra stabat mater dolorosa.

Nell’attentato gli agenti Agostino Catalano (caposcorta), Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, sono morti facendo il loro dovere. A volte, a torto, sono chiamati i ragazzi della scorta, sebbene giovani, loro ragazzi non lo furono mai.

Erano uomini e donna di Sicilia, uomini e donne di Palermo che difendevano la città, perché il Giudice era Palermo in quegli anni.

Il giudice Borsellino sapeva del carico di tritolo arrivato apposta per lui. Quei cento chili portavano il suo nome e cognome. Doveva far presto, ripeteva. Non c’era tempo. Morto Giovanni Falcone sapeva di aver perso il suo scudo, il suo fratello, il suo amico.

Paolo Borsellino doveva far presto perché l’intreccio mafia-politica non perdona.

Paolo Borsellino rientrava sempre tardi da lavoro, il Palazzo di Giustizia di Palermo era la sua casa e la sua tomba. I passi svelti dei faccendieri, gli sguardi degli avvocati, il freddo dei marmi. Paolo era un uomo solo. Era stato lasciato solo. Sul fronte meridionale chi rimane solo è un uomo morto.

Paolo Borsellino è solo e alla biblioteca di Palermo, il 25 Giugno, pronuncia il suo ultimo discorso pubblico, un attacco all’intreccio mafia politica: al sistema che aveva allontanato Falcone dal fronte.

“Si aprì la corsa alla successione all’ufficio istruzione del tribunale di Palermo (del giudice Antonino Caponnetto, ndr), Falcone concorse, qualche giuda si impegnò subito a prenderlo in giro ed il giorno del mio compleanno il CSM ci fece questo regalo: preferì Antonino Mele”.

Paolo Borsellino era stato lasciato solo e, ciononostante, ha continuato a lavorare. Paolo Borsellino è morto sotto casa di sua madre. Lontano dalla Kalsa, dal calore dei vicoli stretti, dallo splendore di Piazza San Francesco e dei campetti di calcio sui quali lui e Giovanni Falcone giocavano da ragazzi. E’ morto in una strada che era un budello, in una strada dove le macchine non dovevano parcheggiare. L’aveva chiesto tante volte ma l’amministrazione locale e il tribunale non l’avevano ascoltato. Era solo ed inascoltato Paolo.

Paolo Borsellino è morto perché non ha avuto paura, perché ha lasciato che la paura “non diventasse un ostacolo che ti impedisce di andare avanti”, come amava ripetere.

16.58 gli agenti, gli uomini della scorta si gettano sul giudice, l’unica cosa che possono fare. Un gesto d’amore. Il giudice muore con il calore della sua terra che gli bacia la nuca.

Paolo Borsellino muore alle 16.58 perché è un uomo solo.

Francesco Piccinini
direttore di Agoravox.it





Ero solo una bambina

23 03 2009

Valentina

Ero solo una bambina

Avevo 9 anni nel 1992. Ero solo una bambina. Eppure ripensando a quella giornata, ho delle immagini fisse nella mia mente. Frammenti, come piccole schegge di memoria.

C’era il sole quel giorno. Ero in strada con mio padre, mi teneva per mano e insieme ci dirigevamo verso casa mia zia. Io lo guardavo, lui mi sorrideva. “La zia sarà contenta di vederti” mi diceva.

Una volta arrivati, mia zia ci aprì frettolosamente la porta e si dileguò. Ci fece cenno di seguirla in cucina. Di certo mi aspettavo un’accoglienza diversa.

Il volume alto della sua televisione ci raggelò. Guardai verso lo schermo: una voragine, polvere, auto distrutte. Sembrava l’inferno, non capivo.

Mi voltai. Mio padre aveva perso il suo sorriso, si era fatto improvvisamente serio. Mia zia sedeva davanti alla tv, il telecomando stretto tra le mani. “Lo hanno fatto di nuovo” ripeteva.

E’ da qui che i miei ricordi si sbiadiscono. Nel tempo, poi, i fatti di quella giornata mi sono diventati chiari. Spaventosamente chiari. Non so se verrà mai fuori la verità. Se mai si conoscerà la vera natura di quell’attentato. Ma so che esiste un ideale che continua ad essere vivo.

Anche oggi c’è il sole. Proprio come quel 19 luglio. Mentre ti scrivo, caro Salvatore, ascolto Battisti. “Come può uno scoglio arginare il mare… Senza ali, tu lo sai, non si vola”.

Senza persone come tuo fratello Paolo, non avremmo mai avuto quel paio d’ali.





Lettera a Salvatore

23 03 2009

Omar Soriente

Iniziare la stesura di una lettera o semplicemente mettere nero su bianco un concetto o un pensiero mi risulta inizialmente sempre difficile. Non so mai cosa scrivere per rendere l’idea delle sensazioni che dentro di me sono chiarissime ma quando viene il momento di scriverle un’ improvvisa nebbia offusca quella chiarezza che viene completamente persa.

Questo mi accade innanzi tutto perché scrivere non è mai stato il mio forte, anzi, e quando ciò che sto per scrivere ha per me una notevole importanza ed è proprio questo il caso.

Rompo il ghiaccio descrivendo il giorno in cui incontrai Salvatore per la prima volta. Era il mese di febbraio del 2008 a Spilimbergo ( PN ). Grazie ad una persona molto cara a Salvatore ho potuto assistere all’incontro pubblico che quella sera aveva tra i protagonisti anche lui.

Ricordo che la sua testimonianza, se pur breve, mi aveva trascinato nel profondo del mio animo e in quel preciso momento ho sentito la grande responsabilità che ognuno di noi ha verso le stragi di Capaci e via D’ Amelio.

La responsabilità di far finta di niente di pensare che la mafia è solo siciliana e che non è un problema del nord. Io mi sento italiano e se non sbaglio anche la bellissima Sicilia fa parte dell’ Italia. Sentir parlare Salvatore può scatenare molti sentimenti tra cui commozione e rabbia. La commozione è un sentimento che Salvatore spesso non vuol vedere nei volti delle persone che lo ascoltano, non è questo il suo obbiettivo. Ciò che lui vuole suscitare in ognuno di noi sono semplicemente quei sentimenti di rabbia e indignazione che siano poi in grado di trasformarsi in un gesto concreto di rivolta verso tutte le mafie.

Parti della sua testimonianza sono ricche di commozione di sentimenti che tal volta non possono far altro che scaturire lacrime da parte di chi ascolta, ma la mia personale sensazione ha trasformato in pochi secondi le lacrime in rabbia. Rabbia che ogni giorno diventa sempre più insopportabile, più difficile da gestire, più capace di lavorare dentro di me come se fosse un cancro.

A volte ci sono momenti in cui la mia rabbia si scaglia proprio contro Salvatore, perché la colpa è sua se io vivo perennemente con un sentimento così devastante. Se lui non parlasse di questa vicenda io penserei che tutto va bene e non avrei problemi di conflitti interni, vivrei in modo diverso, più spensierato. Già più spensierato. Ma non veritiero. Non mi apparterebbe. Non sarei io. Non vivrei a pieno ciò che sono veramente. Il risultato finale è quello di dire grazie Salvatore.

Questo sentimento che porto dentro ogni momento della mia giornata sta facendo di me un uomo migliore, capace di capire molte più cose di un tempo, capace di riuscire spesso a farmi leggere tra le righe cose che un tempo non avrei capito, capace di farmi sentire vicino a chi in Sicilia e altrove condivide questo mio sentimento, capace di farmi sentire italiano prima di pordenonese e prima di maniaghese. Grazie perché è anche merito tuo se vivo a pieno me stesso. Grazie perché il tuo coraggio e la tua determinazione sono per me una grande forza, forse non avrò mai la capacità di lottare come tu stai facendo ma indipendentemente da questo l’esperienza che la tua amicizia mi sta dando farà di me un uomo migliore. Grazie per quel primo incontro a Spilimbergo, per la tua apertura ad una persona che nemmeno conoscevi. Grazie perché dentro di me il 1992 era solo un anno come gli altri, ora è diventato l’anno delle mille domande dei mille perché e dello sdegno. Grazie per tutte le volte che hai accettato di vedermi, di condividere parte del tuo tempo e della tua battaglia con chi ti stima veramente. Grazie per il tempo che stai dedicando ai giovani della migliaia di scuole che da tutta Italia vogliono sentire la tua voce. Non dimenticherò mai i volti dei ragazzi delle scuole pordenonesi mentre attoniti ascoltavano ciò che stavi raccontando. Per me quei volti sono motivo di speranza, la speranza di un cambiamento.

Il cambiamento è possibile solo se ognuno di noi si prende le proprie responsabilità ed abbia il coraggio di guardare chiunque senza voltare la testa dall’altra parte in una sorta di stupida indifferenza.

La manifestazione che hai ideato il 19 luglio 2009 deve riportarci tutti alle nostre vere responsabilità per un problema che se affrontato può essere sconfitto, partendo da quella Palermo che ha visto la tragica morte di uomini che hanno dato la vita per rendere la Sicilia una regione Libera. Sai benissimo che purtroppo io sarò all’estero in quel periodo. Sai anche quanto mi pianga il cuore non poter condividere con le migliaia di persone che saranno al tuo fianco in questa grande prova che spero l’opinione pubblica sia in grado di fornire. Le tue parole a questa mia affermazione mi hanno dato l’ulteriore dimostrazione di quanto tu sia ad ogni modo positivo e sereno con gli altri.

“Omar, è molto importante anche quello che stati facendo adesso, per fare si che altri ci siano e sarà come se tu fossi insieme a quelli che saranno venuti perchè tu li avrai spinti a venire”.

In effetti hai perfettamente ragione e dal Canada il mio animo volerà a Palermo affiancandoti e la voce della folla sarà in grado di far parlare anche la mia anima.

Concludo la mia lettera confermando la grande stima in Salvatore, nella sua lotta alla mafia e ringrazio fin d’ora tutte le persone che il 19 luglio 2009 andranno a Palermo, capendo la grande importanza dell’evento e portando dentro i loro cuori la responsabilità di essere prima di ogni cosa italiani onesti.

« Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe »

Diamo dimostrazione che questa frase è la realtà dei fatti non solo parole scritte su uno striscione.

Omar Soriente

Maniago (PN)